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12.04.2008 // "Mongol" il film su Gengis Khan

Locandina 'Mongol'



Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare di Gengis Khan. Ma chi conosce veramente la storia di questo grande conquistatore che riuscì a costruire uno dei più vasti imperi che l'uomo ricordi? Il regista russo Sergei Bodrov si è posto come primo scopo del suo film “Mongol” che si è guadagnato la nomination agli Oscar 2008 come miglior film straniero, quello di restituire alla figura di Gengis Khan una biografia, che andasse oltre il mito e la leggenda. Come Bodrov stesso racconta il Gengis Khan narrato nei libri di scuola è un uomo rozzo e sanguinario, in poche parole un mostro.

Da queste scarne informazioni Bodrov inizia una meticolosa ricerca " per prendere un clichè e scoprire com'era veramente". Temujin, questo il vero nome del Khan, nacque nel 1162 e rimase presto orfano di padre che vediamo morire tra le sue braccia ancora bambino; fatto prigioniero rimane schiavo per anni prima di riottenere la libertà. Nella sua vita avrà molte donne ma solo una sarà la sua inseparabile compagna: Borte. Il regista ci racconta il loro primo incontro: due bambini, figli di tribù nomadi come ancora se ne incontrano in Mongolia, si guardano, si sorridono e rimangono legati per il resto della loro vita. Lei così devota e innamorata da lasciarsi catturare per dargli la possibilità di fuggire anche se ferito. Lui che riuscirà a liberarla e a costruire con lei un rapporto di fiducia e complicità assolutamente inedito per i tempi. Nella luce e negli spazi dell'altopiano mongolo Bodrov gira un kolossal di due ore in cui descrive battaglie e lotte cruente, ma anche la vita dei nomadi che seguendo le stagioni si spostavano da una regione all'altra con le loro mandrie di bestiame.

Tutto questo non è molto diverso dalla Mongolia attuale. Basta uscire dall'unica grande città, la capitale, Ulan Bator, per scoprire paesaggi sconfinati fatti di steppe, deserti e grandi laghi, dove incontrare abili cavalieri eredi del mondo di Gengis Khan di cui conservano ancora usi e tradizioni. Come l'abitudine di vivere nelle gher, le tipiche tende di feltro a base rotonda che una famiglia può smontare, trasportare e rimontare facilmente grazie a un sistema di pali ad incastro. In questo modo gli allevatori si spostano nelle grandi vallate verdi, tra colline e montagne sotto un cielo quasi sempre sereno per il quale la Mongolia viene chiama il paese dal cielo blu. In un territorio grande cinque volte l'Italia si incontrano pochi villaggi e gli abitanti si muovono ancora a cavallo o su carretti trainati da cammelli. Le famiglie più moderne usano la moto o i camion e hanno attrezzato le loro tende con pannelli solari per alimentare frigoriferi e tv.

Ma molte tradizioni resistono, una su tutte: lo sciamanesimo. Tramandato dall'antico mondo sacro, intriso di rituali e folklore,è arrivato fino al terzo millennio e anche se ora la religione principale è il buddismo, di origine tibetana, lo sciamanesimo non è mai veramente scomparso e si insinua ancora prepotentemente nella vita quotidiana dei mongoli. Lo sciamano, una sorta di stregone, rappresenta il contatto con il mondo degli dei, il mago a cui affidarsi per risolvere un problema. Anche Bodrov e la troupe hanno consultato uno stregone prima di iniziare il loro lavoro. E’ stato lo scenografo architetto Dashi Namdakov, grande conoscitore della cultura mongola, a organizzare l’incontro con il capo sciamano della Mongolia, nella sua tenda a Ulan Bator. Dopo avergli portato delle offerte e spiegato il progetto Bodrov ha ottenuto il suo benestare e il suo apprezzamento per aver rispettato le tradizioni locali ancora così vive nel cuore e nella mente del popolo mongolo.

Il film, distribuito da BIM uscirà in Italia il 9 maggio.

 

Guarda QUI il bellissimo trailers di "Mongol"!

 


Testo di Barbara Mattiuzzo

 

 

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